Skip to content
Nella grammatica delle lingue indoeuropee, chiamiamo ‘participio’ la forma nominale del verbo, cioè la forma del verbo che concorda col proprio soggetto per caso, genere e numero. Accanto al participio riconosciamo anche nomi (aggettivi o sostantivi) verbali che nominalizzano il soggetto o l’oggetto di un predicato al pari dei participi, ma differiscono da questi ultimi per alcune caratteristiche, p.es. perché non conservano la struttura argomentale del verbo corrispondente o perché sono (considerati) forme derivate piuttosto che flesse (Shagal 2019: 36ff., 41ff.). Nelle nostre descrizioni grammaticali, infatti, siamo soliti includere il participio nel paradigma del verbo, ma non il nome verbale. Tale distinzione vale in particolare tra participio attivo e nomi d’“agente” (aggettivi e sostantivi che nominalizzano il soggetto attivo) e si applica, mutatis mutandis, anche tra infinito e nomi d’“azione” (sostantivi che nominalizzano il predicato)
La linguistica teorica e tipologica, però, hanno affinato e per certi versi incrinato queste distinzioni, mostrando che i nomi verbali (in part. d’agente e d’azione) possono avere proprietà sintattiche molto simili a quelle del verbo e delle sue forme non finite (il participio, l’infinito, il converbo), per esempio la facoltà di legittimare argomenti (Koptjevskaja-Tamm 1993, Alexiadou 2001). Soprattutto con l’affermarsi della X-Bar-Theory a partire dagli anni Settanta (Jackendoff 1977), la transitività, definita come la facoltà di assegnare l’accusativo strutturale, è parsa l’ultimo carattere diagnostico del verbo rispetto al nome (Lowe 2017: 4f.).
Tuttavia è cosa nota, e particolarmente indagata in anni recenti, che in antico indiano la transitività sia una proprietà comune a varie classi di nomi, per esempio ai nomi d’agente in ´-tar– (sostantivi) e del tipo cákri– (aggettivi) e ai nomi d’azione in –ti– (Tichy 1995, Grestenberger 2013, Lowe 2014, 2017). Ci si può dunque chiedere se la distinzione tra participio (in part. attivo) e nome verbale (in part. d’agente) non sia, almeno in questa lingua, puramente morfologica, ovvero se una data forma non sia definita come participio piuttosto che come nome verbale a seconda che sia formata o meno su un tema verbale caratterizzato (p.es. presente) per mezzo di un suffisso specifico (p.es. -ant-).
Il quesito diviene particolarmente saliente in relazione a due classi di nomi verbali del vedico che sembrano mettere in crisi anche una distinzione morfologica. I temi verbali dell’intensivo e del desiderativo, infatti, formano sia participi con suffissi specifici (attivo -ant-, medio -(m)na-) sia alcune classi di nomi verbali in –a- (int. vevijá– ‘rapido’), -u– (des. jigīsú- ‘avido di conquista’), radicali (int. yavyúdh– ‘combattente’) etc. Mostreremo che tali nomi intensivi e desiderativi non solo sono formati su temi verbali caratterizzati, come i participi, ma hanno anche le stesse proprietà sintattiche dei participi, cioè sono fondamentalmente aggettivi verbali (equivalenti funzionali di frasi relative; Shagal 2019) capaci di conservare la struttura argomentale dei verbi da cui derivano. Per evitare la conclusione circolare per cui i participi si distinguono dai nomi verbali perché i primi sono formati con i suffissi specifici del participio e i secondi con altri suffissi, vaglieremo l’ipotesi che le due categorie abbiano un comportamento morfosintattico diverso quando hanno la funzione di modificare il predicato, ovvero che, in questa funzione, solo il participio possa concordare con un argomento del predicato (generalmente il soggetto) per caso, genere e numero (ciò che chiamiamo ‘participio congiunto’ e che corrisponde funzionalmente a un converbo; Haspelmath 1995: 17ff.), mentre il nome verbale è ammesso solo nella forma priva di marche di accordo, cioè come avverbio (accusativo neutro singolare), la forma propria del nome quando modifica un predicato.
Alexiadou, Artemis. 2001. Functional Structure in Nominals: Nominalization and ergativity. Amsterdam – Philadelphia: Benjamins.
Grestenberger, Laura. 2013. “The Indo-Iranian cákri-type”. Journal of the American Oriental Society 133: 269–293.
Haspelmath, Martin. 1995. “The converb as cross-linguistically valid category”. Martin Haspelmath, Ekkehard König (ed. by), Converbs in Cross-Linguistic Perspective. Structure and Meaning of Adverbial Verb Forms – Adverbial Participles, Gerunds –: 1–55. Berlin – New York: Mouton de Gruyter.
Jackendoff, Ray. 1977. Xʹ-Syntax: A Study of Phrase Structure. Cambridge, MA – London: MIT Press.
Koptjevskaja-Tamm, Maria. 1993. Nominalizations. London – New York: Routledge.
Lowe, John J. 2014. “Transitive Nominals in Old Avestan”. Journal of the American Oriental Society 134: 553–577.
—. 2017. Transitive Nouns and Adjectives. Evidence from Early Indo-Aryan. New York – Oxford: Oxford University Press.
Shagal, Ksenia. 2019. Participles. A Typologycal Study. Berlin – Boston: de Gruyter Mouton.
Tichy, Eva. 1995. Die Nomina agentis auf –tar- im Vedischen. Heidelberg: Winter.